Intervista: Sam Raimi parla di Drag Me to Hell – seconda parte
Prosegue l’intervista a Sam Raimi, dopo la prima parte pubblicata qui.
Come e’ nata l’idea di avere Alison Lohman nel cast?
Volevo che il pubblico compisse un percorso nel peccato assieme al personaggio. Ecco perché avere Alison era così importante. Perché, in realtà, si tratta di un personaggio moralmente fallimentare. Commette un peccato di avidità buttando fuori di casa un’anziana signora. E volevo vedere se riuscivo a far identificare il pubblico con lei. Credo che abbia fatto un eccellente lavoro.
E comunque l’hai fatta passare attraverso sofferenze atroci.
Sì, ero preoccupato che lei – come in effetti chiunque – non riuscisse a sopportare tutte le cose che dovevamo farle. Ho cercato di essere onesto sulla cosa, beh, senza dirle proprio tutto quello che le avremmo fatto passare, perché temevo che non avrebbe accettato la parte (ride). Volevo solo metterla sull’avviso, per così dire. Ma dovevamo farle cose davvero orribili. Insomma, venire soffocata tutto il tempo da quella anziana signora interpretata da Lorna Raver che la afferra alla gola… L’ho lanciata fuori da un’auto, le ho buttato addosso di tutto, le ho messo un’imbracatura e l’ho sbattuta in giro per una stanza per ore e l’ho sepolta viva sotto 3 quintali di fango. E tutto questo solo nella prima settimana (ride).
Nessuno come te e’ in grado di spaventarci e di farci ridere allo stesso tempo. E’ importante per te mescolare umorismo e paura?
Per me sì, perché non riesco a vederla in modo diverso. Credo che dipenda dal fatto che sono un tipo pauroso. Quando vedo le cose, non riesco a fare a meno di notarne il lato divertente. Forse è un meccanismo di difesa. E per qualche ragione, è così che faccio i miei horror. Non posso spiegarlo, posso solo dire che sono una persona estremamente sensibile al terrore. Il solo modo per trattarlo è quello di vederne insieme il lato divertente.
Sei sempre stato un appassionato di horror?
Le storie di fantasmi mi sono sempre piaciute. Da ragazzo, mi piaceva stare seduto attorno ad un fuoco da campo o in qualche stanza buia di notte, con gli amici che raccontavano storie di paura. C’è un’energia collettiva che passa attraverso la gente che ascolta, e un grande senso di anticipazione se chi racconta è bravo. Sei come stordito, vorresti urlare, ma non ci riesci. Poi c’è un momento di grande sollievo quando la tensione si spezza e tu, da ascoltatore, urli di paura. Ovviamente il divertimento non sta solo nell’ascoltare queste storie, ma anche nel raccontarle. Almeno per me. Insomma, l’attenzione di tutti è puntata su quello che dici. Tutti sono assolutamente presi dalla storia, e questo è molto eccitante. Tutti insieme proviamo paura. Tutti insieme viviamo l’attesa. Tutti insieme urliamo. E’ bello sentirsi così uniti agli altri.
Qual e’ stato il primo film che ti ha avvicinato al genere?
Il primo film horror ad avere un impatto forte su di me è stato La notte dei morti viventi di George Romero. Dovevo avere circa dieci anni e mi sorella, mi fece entrare furtivamente nel cinema nascosto sotto il suo cappotto, da non crederci. E’ stato un crimine commesso contro di me, quello di farmi vedere quel film (ride). Ero troppo giovane. E il terrore mi mandò fuori di testa. Non potevo crederci. Ero spaventatissimo mentre guardavo quel film (ride).
Molti giovani registi hanno te come riferimento. Qual e’ stato il tuo?
Ammiro il lavoro di Stanley Kubrick, Fellini e Bergman, che ho studiato brevemente a scuola. E adoro Hitchcock. Credo che sia il maestro della narrazione in genere, non solo per la suspense. Sa esattamente di quali informazioni ha bisogno il pubblico in relazione ad un determinato aspetto della storia. Niente di più, niente di meno. La sua asciuttezza è eccezionale e ancora attuale. Si può imparare molto guardando Hitchcock.
Cos’hai imparato girando i film di Spider-Man che poi hai utilizzato in Drag Me To Hell?
I film di Spider-Man mi hanno insegnato molto sugli effetti digitali. Insomma, il più delle volte è lo stesso protagonista di quei film ad essere un effetto digitale. Perciò il livello qualitativo deve essere eccellente. Per ciascuno dei film di Spider-Man ho passato molte ore a lavorare con alcuni dei principali talenti in questo settore. Così sono riuscito a prendere quello che ho imparato e ad applicarlo per gli effetti di Drag Me To Hell, magari in modi diversi da quelli utilizzati prima. Per esempio, siamo riusciti a realizzare alcuni degli effetti di make up con gli effetti digitali, cosa piuttosto rara per un film horror. In sostanza siamo riusciti a combinare le diverse tecnologie per ottenere un incremento degli effetti di make up grazie all’uso degli effetti digitali, cosa che, credo, costituisca una innovazione.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Il mio prossimo film sarà Spider-Man 4. Lo sta scrivendo un bravissimo commediografo di New York: David Lindsay-Abaire.
Cosa hai imparato girando Drag Me To Hell che speri di utilizzare in futuro?
Nel prossimo film spero di applicare quello che ho imparato girando questo: apprezzare la sintesi, come essere concisi, e come lavorare con tempi stretti, riappropriandomi della capacità di concentrarmi su quello che è veramente importante. Perché quando non hai a disposizione un grosso budget, non hai molto tempo e quindi non hai altra scelta: devi andare avanti. Devi decidere sul momento cosa è essenziale e cosa non lo è. Riscoprirlo è stato rigenerante. E spero di riuscire a farlo anche nel prossimo film.
Cosa speri per il film?
Quello che voglio è che il pubblico rida, salti sulla poltrona, urli, si aggrappi alla sua ragazza e all’uscita pensi di essersi divertito molto in quell’ora e mezza. E’ così che misurerei il successo del film.



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